review

09/01/2008

ALESSIO VERZENASSI

VARIE

CONSIDERAZIONI ANAFFETTIVE SU ALCUNE AREE RINVENUTE

Notificato lo stato d’abbandono operativo, i grandi fabbricati dismessi, quali cantieri, stazioni, officine, possono rinvenire in ambiti non propriamente congrui ai loro offici originari. Per consentire questo e scongiurare perdite premature o rischi d’estinzione, viene formulato un apposito sistema intellettuale di riuso che valuti tali strutture debilitate, solamente per il loro potenziale evocativo e medianico. Pertanto, l’immobilità da arresto produttivo può propiziare, per la sua stasi e quiescenza, una valida e argomentabile istanza estetica; possibilità sulla quale speculare con una manipolazione cognitiva che cambi la causalità del soggetto ritratto, ora posto a rivalutazione ma per fini del tutto rappresentativi e demiurgici. Allora, avvitando strettamente nuovi valori e funzioni, questi luoghi di produzione seriale e di fatica meccanica, vivono la riabilitazione mediante un utilizzo visivo del loro aspetto architettonico, inteso proprio come codice veicolare di significati insoliti e autonomi.
Alla riforma convenuta prendono parte, attivamente, sperimentalmente, l’archeologia industriale, come recente materia di ricerca didattica e Riccardo Pocci, con le sue autopsie formali sulle sembianze di certi costrutti disoccupati: un chiaro referto su quest’ultime s’appropria degli spazi della galleria romana Il Sole Arte Contemporanea, ultimamente rieducati con talento a commisura espositiva.
L’interesse che manifesta l’artista per il luogo catatonico in qualità di soggetto formale e intellettuale, di crogiuolo interrogativo dunque, si origina da una lunga ricerca condotta con metodo clinico, zelo e ambizione, caparbiamente; e poiché si tratta proprio di una ricerca in divenire, per tanto ancora aperta a stesure e convalide, questa esibizione acclara, in due sale analoghe e germane, la visibilità didattica dell’attuale stato degli studi.
Stabilmente approvato il tipo di vettore iconografico, l’artista ne va alla ricerca pedissequa attraverso una fila di visite mirate. E proprio come il botanico concentrato e muto cerca la specie in conifera, Pocci spazia per aree industriali e per cantieri inattivi, per piccole stazioni ferroviarie in orari scomodi, asociali: quelli più utili per dei giudizi appropriati. Serenamente, al termine di questa attentissima caccia pacifica e inusuale per modalità, viene individuato il posto o fabbricato convalescente da sottoporre alla copia dello scatto fotografico, in modo che l’intuizione risulti bloccata per essere condotta nell’officina degli interventi artistici. La diapositiva come sunto del manufatto, quindi, viene proiettata entro il formato del supporto prestabilito, accuratissimamente; e capita la tecnica esecutiva con cui procedere, una nuova giurisdizione muove sull’inerte soggetto, così organizzando la sua più eterea ed astuta riqualifica.
Infatti, Riccardo Pocci riesce a detergere tali ambienti industriali dall’onta della rottamazione e dell’eutanasia produttiva, somministrando loro un’igiene etica valida a indire un proseguo ma dal reddito squisitamente intellettuale. Un proseguo, appunto, non più vivido di atti seriali, di polveri, sottopaghe e tumulti sindacali, bensì costituito da attentissime ecloghe industriali, abili nell’osservare, nel riprodurre ma soprattutto, nel superare la facilità didascalica della replica aneddotica.
Il raggiungimento di un prodotto dall’intelligenza descrittiva ma dalla mentalità astratta, ha possibilità anche grazie all’attenzione logistica che l’autore dedica al medium impiegato, innegabilmente strutturante: eterogenee, perciò, le scelte dell’artista per tecniche e supporti, ecletticamente. Ma chine su carta e oli su tavola costituiscono, enumerandoli con lentezza, il suo più considerevole catasto.
L’acme dell’astrazione viene maggiormente registrata nel novero delle chine su carta, ove Pocci manomette la leggibilità figurativa del testo solo dopo una pianificazione controllata degli interventi. Partendo da un’immagine naturalistica, dunque, procede nell’interdirla mediante un indefesso sistema di tocchi a biacca e smalto che offuscano l’assieme figurativo, alterandolo. Ferri, tiranti, cavi, scheletri architettonici, sono tutti pretesti iconografici, scuse per propiziare un caos formale così ben organizzato da depauperare le più giovani diottrie. E il risultato conseguito, il più delle volte, appare lisergico ma controllato a regime, poiché l’iconografia riconosce un abbattimento della propria identità ma non si ritiene destituita del tutto. La congiura dell’astrazione man mano decelera e sfuma, giudiziosamente, così lasciando alla figurazione la possibilità, sebbene sommessa e parca, di redigere egualmente un proprio testo.
Se l’opera grafica di Pocci, come visto, tende a distrarre l’eloquenza narrativa, invece i suoi dipinti su tavola lasciano integralmente svelate le vesti iconografiche, conducendo così a risultati più inclini a chiare sensazioni da metafisica. Le strutture ferrose dei capanni industriali che l’autore coglie durante le sue curiose ricognizioni, negli oli sono rielaborate con ricerche pittoriche icastiche e lineari, ove la narrazione non appare truccata da distorsioni formali: piuttosto, è l’impostazione prospettica degli elementi raffigurati a definire un percorso altamente trascendentale. Sghembe o di sottecchi, ardimentose e comunque inconsuete, tali interpretazioni, benché asciutte e nitide, smentiscono la fermezza di ciò che rappresentano. Tubi e snodi bullonati percepiti come rette e loro incroci: la realtà architettonica pulitamente riprodotta, qui significa tutt’altro che definizione.
Una produzione esile ma egualmente valida si distingue, invece, per i propri supporti inusuali: jute e pallets. Non cambia, ovviamente, la ricerca iconografica di Pocci, che però stavolta si spiana su supporti che ne caratterizzano fortemente l’apparizione. Se la juta, proprio per le intrinseche peculiarità d’ordito, sgrana l’immagine ma non sevizia l’unità del testo, il pallet invece, poiché fatto di assi parallele ma disgiunte, si concede di essere dipinto solo ad intervalli, così creando per sua stessa natura delle regolari spaziature. L’unità testuale pericolosamente s’incrina ma la leggibilità iconografica, con una ricostruzione mentale per analogia, viene comunque salvata dal suo visitatore di circostanza.
Va ricordato che Riccardo Pocci è giunto a tali risultati dopo frequentazioni opportune di accademie, di studi, di persone e di viaggi che gli hanno devoluto un bolo d’esperienze, un assieme di nozioni con le quali l’autore ha familiarizzato, scientemente. L’esalazione di queste prammatiche informazioni di crescita, lo hanno esortato ad una produzione di manufatti né teoretici né utopistici.