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09/01/2008

LORENZO CANOVA

TESTO IN CATALOGO

LA CITTà INFINITA

L’arte, oggi, ha ancora il dovere di scavare dietro le apparenze e di rivelare i segreti nascosti nella vita d'ogni giorno, il mistero dei paesaggi e dei luoghi della nostra quotidianità, la pittura può rappresentare ancora un medium, antico ma in continuo rinnovamento, capace di donarci una nuova consapevolezza del nostro territorio, della “natura” artificiale che ci ingloba, lo strumento per comprendere i meccanismi delle metropoli dove viviamo, allargate in una sequenza di periferie dalle caratteristiche comuni e “globali”, dai palazzi in acciaio e cristallo fino ai grandi centri commerciali. In questo senso, la pittura di Riccardo Pocci potrebbe rappresentare l’immaginaria radiografia delle nostre città, uno strumento con cui l’artista scava oltre le parvenze per cogliere il sistema nervoso di grattacieli e quartieri attraverso la severa qualità di una stesura rigorosa e analitica, in immagini dove i raccordi, le sbarre e le giunture di acciaio sembrano alludere ad un corpo disperso o diffuso nella vastità urbana, la cui reale consistenza è ricostruibile soltanto attraverso un mosaico infinito di frammenti iconici.
Le opere di Pocci seguono dunque le trame sottili di edifici che dialogano con la luce e con il cielo, moltiplicate negli snodi e nelle articolazioni dei fabbricati, si smarriscono nelle macchie e nei flussi di pigmento che descrivono e ricostruiscono le grandi volte di ferro e di vetro delle stazioni ferroviarie, si annullano nell’ingannevole riflesso azzurrato dei cristalli di un grattacielo. Il pennello dell’artista si distingue infatti per una misteriosa qualità metamorfica, per la sua capacità di trasformare le sue caratteristiche espressive seguendo i differenti soggetti della sua poetica, trasformando i luoghi più cupi e incombenti in spazi percorsi dalla leggerezza e dalla rapidità di un segno pittorico che coglie i suoi bersagli come un colpo di freccia, e raffigurando altre volte le costruzioni con una maggiore “solennità” plastica basata su un rapporto cromatico fondato sulle possibili evocazioni e sulle suggestive “corrispondenze” del colore azzurro.
I dipinti di Pocci si articolano quindi su due registri: uno, più evidente basato sul rapporto tra costruzione e ambiente, tra spazio fisico e spazio progettato ed edificato, l’altro sull’analogia misteriosa e allusiva che lega l’uomo alla sua architettura, la figura umana alla sua parafrasi affidata alle modulazioni costruttive. L’iconografia del pittore appare di conseguenza sospesa tra la presenza quasi obsoleta di un mondo siderurgico e industriale, di un tempo “antico” dominato dal metallo e dal cemento armato e da una visione “postindustriale” dove il centro sembra perdere la sua importanza di fronte ad una “rete” di terminali fisici o virtuali di cui le immagini di Pocci appaiono come una probabile metafora. La pittura dell’autore riesce in questo modo ad evocare misteriosamente un senso di levità , fisica e concettuale, pur basandosi su un “pesante” immaginario industriale, sulla descrizione di un mondo dominato dall’acciaio e dalla ghisa, di territori descritti e attraversati dalle trame metalliche di edifici che tracciano la nostra estensione visiva come le vene, le arterie e i capillari di un sistema circolatorio sintetico.
La visione di Pocci è pertanto capace di alternare la presenza riconoscibile degli elementi figurativi, ad un ricercato senso di finzione, in una raffinata conduzione del “gioco” pittorico in cui il senso di irrealtà è legato maggiormente all’inganno concepito per giocare con le dinamiche della percezione, e alle rappresentazioni più plausibili che sfidano l’occhio con la loro raffinata conduzione della “finzione” pittorica. La pittura dell’artista è giocata singolarmente su una visione parallela e quasi antitetica incentrata sull’iconografia metropolitana, dove l’autore sembra però sdoppiato in un acquarellista che unisce le raffinatezze calligrafiche alla tradizione secolare del paesaggismo e della pittura “di viaggio”, e in un pittore più “freddo” che considera e rielabora nella sua produzione la fotografia, l’iperrealismo, la “nuova figurazione” europea degli anni Sessanta e Settanta, senza dimenticare la stessa Pop Art, pur trovando un equilibrio e una formula espressiva assolutamente personali. Gli acquarelli di Pocci, difatti, sono sostenuti dalla concezione liquida e quasi ribollente di fermenti cromatici dove i toni e le tinte si mescolano, vibrano e si aprono con una levità quasi orientale e come fioriture di minerali che sbocciano al contatto con l’acqua per fissarsi definitivamente sul supporto cartaceo, mentre la sua pittura ad olio è progettata spesso in modo monocromatico e razionalmente progettuale. In questa concezione, il prelievo mediatico dialoga così con la volontà dell’artista di documentare una sensazione o un ricordo, in risultati dove il particolare dilatato assume la forza silenziosa di una parvenza lontana e della rievocazione, talvolta con una particolare attenzione alla qualità “realistica” dell’esito figurativo, in una visione complessa dove i codici rappresentativi sono spinti ad un sistematico dialogo con l’immagine fotografica, alla cui ricchezza di informazioni, l’artista aggiunge però la densità di un tempo condensato nella fissità di un solo frammento visivo trasformato in sequenza immobile della memoria. Attraverso gli strumenti della pittura, Pocci lavora così sull’essenza della città contemporanea, indaga sull’ambiente che accoglie la nostra esistenza fisica e psichica, riflette costantemente sui rapporti tra il nostro habitat e la nostra percezione, sulla capacità dell’arte di proporre una rinnovata visione delle relazioni tra l’uomo e la sue estensioni biologiche e tecnologiche all’interno della metropoli contemporanea.