review

09/01/2008

SABRINA PISCAGLIA

CATALOGO

A/R

Partito da Livorno nell’aprile del 2000, il giovane neodiplomato pittore Riccardo Pocci, approda in un torrido e assolato pomeriggio in quel di Buenos Aires. Il suo non è un viaggio turistico, la misteriosa e conturbante città argentina è per lui luogo di lavoro e studio: infatti ha vinto un dottorato di ricerca in Estetica e Teoria delle arti all’Università di La Plata.

Ma è a Constituciòn, caotica stazione dei treni di Buenos Aires, che ha inizio la sorprendente parabola artistica di questo “italiano d’argentina”. La stazione, caleidoscopio del polimorfico microcosmo della città (a sua volta parabola del mondo e dei mondi possibili), punto di arrivo o di partenza di numerosi viaggiatori, ma anche ricettacolo dei più curiosi e disparati esemplari umani, rappresenta il cuore, il fulcro, il nucleo tematico e poetico dal quale germogliano, fiori sulle rovine, i mille volti dell’arte di Pocci.

La rappresentazione pittorica dello scheletrico fantasma di Constituciòn, memore di un antico splendore, poetico rudere traboccante di vita, assume nell’opera di Riccardo un valore emblematico. Simbolo di una realtà inafferrabile nella sua totalità, inestricabile foresta di significati possibili, labirinto nel quale si è costretti a perdere se stessi per trovare la retta via, Constituciòn costringe Pocci (che tale foresta vuole attraversare) ad un atteggiamento simile a quello di un naturalista ottocentesco alle prese con la catalogazione di animali e piante. Riccardo infatti, frammenta la sua stazione, la smembra in infinite parti e ne indaga le singole componenti con perizia da scienziato. Così ogni singolo frammento si fa chiave per comprendere un mistero, ma diviene a sua volta mistero da esplorare. Pocci, non dimentichiamocelo, è artista e non scienziato, il suo sapere è composto da simboli, colori, forme, gesti e non da formule matematiche o da analisi chimiche. I suoi Kanji (sorta di foto al microscopio dei brandelli di vetro e metallo del tetto di Constituciòn, figli geneticamente modificati degli ideogrammi giapponesi) hanno certamente un compiuto valore estetico e poetico capace di toccarci l’anima, in questo risiede il loro mistero e il mistero dell’arte stessa, ma sono anche mezzo di indagine estetica e contenutistica, se riferiti, alla loro genitrice. Attraverso ciascuno dei Kanji noi vediamo Constituciòn, ne assaporiamo il fascino, ne scopriamo gli enigmi, ne attraversiamo i sentieri, finalmente percorribili dai sensi e dalla ragione.

La volontà di comprensione dei multiformi aspetti del reale sembra guidare Pocci in tutte le sue esperienze professionali. La ferma consapevolezza che la realtà non è oggettiva, e che il mondo può essere compreso solo attraverso una personale rielaborazione dei suoi segni e dei suoi simboli è il sotteso messaggio di tutte le realizzazioni artistiche di Riccardo. Nei suoi collages tale atteggiamento risulta evidente. Notizie, immagini, titoli saccheggiati da giornali di tutto il mondo vengono smembrati e assemblati non già, come ci si aspetta nei collages, in un caotico e roboante caleidoscopio di forme dal sapore surrealista, ma con un rigore geometrico, quasi scientifico, che va a tracciare una nuova ipotesi interpretativa della realtà, a volte cinica o grottesca, altre volte più delicata e poetica.

La vena più spiccatamente romantica Pocci la soddisfa con le sue xilografie. Anch’esse sempre e comunque tese a creare un personale ordine che ci lascia intravedere un mondo meno straniante e spietato. Non perché in questi lavori sia assente una smaliziata denuncia ai vizi della contemporaneità (una delle storie illustrate da riccardo è quella di Pinocchio che già nella mente di Collodi era srammaricata polemica verso i suoi contemporanei) ma perché nel decifrare, rielaborare e (ri)narrare il mondo esso si fa più umano, più comprensibile: a portata di intelletto.

Tale risultato Pocci lo ottiene non tanto attraverso i bianchi e neri, accostati senza soluzioni di continuità, né grazie al pungente contenuto della favola collodiana, ma soprattutto attraverso il suo costante lavoro sui simboli: chiave di volta dell’arte di questo giovane toscano. Che il simbolo sia tra i più efficaci strumenti di manipolazione dei mass media e di potere della politica non è un segreto per nessuno, e proprio per questo l’impossessarsi nuovamente di un simile strumento è gesto profondamente significativo, veramente rivoluzionario.

Pocci sfruttando l’estetica dei segni precolombiani, crea e associa a ciascun personaggio un proprio vessillo, un segno distintivo che, solo per il fatto di esistere, riesce a trasformare un attore in emblema della sua stessa condizione. Se già il far interpretare ad amici o persone comuni un personaggio delle favole è un modo di astrarre tali figure dal “qui ed ora” immettendole in una realtà a-temporale, l’associare ai personaggi un simbolo li rende immediatamente partecipi di una realtà sublimata, allegorica, universale.

Fondamentale e parallela è l’indagine estetica che riccardo svolge sulle tecniche da lui utilizzate. Lungi dall’accettare soluzioni preconfezionate, Pocci sembra avere una naturale tendenza alla serializzazione: egli crea veri e propri cicli iconografici (atteggiamento questo tipico della fotografia) in cui vaglia a fondo le potenzialità rappresentative ed espressive peculiari a ciascun mezzo prescelto, dimostrando anche in questo frangente la sua vocazione da scienziato, di investigatore instancabile (a volte inventore) della realtà.