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01/10/2011

SABRINA PISCAGLIA

TESTO IN CATALOGO

MYLAND

QUI, OVE S'APRE QUESTO LARGO,
SORGEVA UN TEMPO LA BOTTEGA DEL BARBIERE
GIAN GIACOMO MORA
CHE, ORDITA CON IL COMMISSARIO DELLA PUBBLICA SANITA' GUGLIELMO PIAZZA
E CON ALTRI UNA COSPIRAZIONE,
MENTRE UN'ATROCE PESTILENZA INFURIAVA,
COSPARGENDO DIVERSI LOCHI DI LETALI UNGUENTI
MOLTI CONDUSSE AD UN'ORRENDA MORTE.
GIUDICATI ENTRAMBI TRADITORI DELLA PATRIA,
IL SENATO DECRETO'
CHE DALL'ALTO DI UN CARRO
PRIMA FOSSERO MORSI CON TENAGLIE ROVENTI,
MUTILATI DELLA MANO DESTRA,
SPEZZATE L'OSSA DEGLI ARTI,
INTRECCIATI ALLA RUOTA, DOPO SEI ORE SGOZZATI,
BRUCIATI E POI,
PERCHE' DI COTANTO SCELLERATI UOMINI NULLA AVANZASSE,
CONFISCATI I BENI,
LE CENERI DISPERSE NEL CANALE.
PARIMENTI DIEDE ORDINE CHE
AD IMPERITURO RICORDO
LA FABBRICA OVE IL MISFATTO FU TRAMATO
FOSSE RASA AL SUOLO
NE' MAI PIU' RICOSTRUITA;
SULLE MACERIE ERETTA UNA COLONNA
DA CHIAMARE INFAME.
LUNGI ADUNQUE DA QUI, ALLA LARGA,
PROBI CITTADINI,
CHE UN ESECRANDO SUOLO
NON ABBIA A CONTAMINARVI!
ADDI' I AGOSTO 1630
(sen. Marcantonio Monti prefetto della pubblica sanità'
Giovambattista Visconti capitano di giustizia)












Viva L’Italia di Francesco De Greogori

Viva l'Italia, l'Italia liberata,

L'Italia del valzer, l'Italia del caffè.
L'Italia derubata e colpita al cuore,
Viva l'Italia, l'Italia che non muore.
Viva l'Italia, presa a tradimento,
L'Italia assassinata dai giornali e dal cemento,
L'Italia con gli occhi asciutti nella notte scura,
Viva l'Italia, l'Italia che non ha paura.
Viva l'Italia, l'Italia che sta in mezzo al mare,
L'Italia dimenticata e l'Italia da dimenticare,
L'Italia metà giardino e metà galera,
Viva l'Italia, l'Italia tutta intera.
Viva l'Italia, l'Italia che lavora,
L'Italia che si dispera, l'Italia che si innamora,
L'Italia metà dovere e metà fortuna,
Viva l'Italia, l'Italia sulla luna.
Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre,
L'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre,
L'Italia con gli occhi aperti nella notte triste,
Viva l'Italia, l'Italia che resiste.

















MYLAND

La silhouette del monumento equestre dedicato a Missori, patriota e militare italiano che combattè a fianco di Garibaldi per unificare l’Italia, è l’effigie scelta da Riccardo Pocci per guidare lo spettatore all’esplorazione di MYLAND, l’ultimo ciclo iconografico creato dall’artista, interamente consacrato alla città di Milano.
Perché scegliere Milano? Perché scegliere Missori?
La risposta non è affatto scontata e le motivazioni sono molto profonde.

Il 2011 è l’anno in cui si celebrano i 150 anni dell’Unità d’Italia. Una moltiplicazione di eventi, manifestazioni, concerti, solennità diverse e variate hanno riempito il palinsesto dell’intera penisola. Ma le pompose e vuote celebrazioni ufficiali nascondono, più di quanto svelano, il volto passato e presente del nostro Paese. Solo pochi coraggiosi hanno avuto l’audacia di prendere la parola, di ergersi di fronte ai potenti di questa Nazione e denunciare il rischio reale di annientamento di tutto ciò che l’ha resa grande. Penso in particolare al Maestro Riccardo Muti ed al suo vigoroso intervento durante il concerto del 12 Marzo, quando, inaspettatamente, concede un bis del Va Pensiero e dichiara, rispondendo all’ovazione della folla: “sono d’accordo sul Viva l’Italia” e aggiunge “se noi uccidiamo la cultura su cui è fondata la storia dell’Italia veramente sarà la nostra patria bella e perduta”.
Ma penso anche a Riccardo Pocci, artista da sempre animato da un forte senso civico e morale e da un bisogno preciso di resistenza civile, che sceglie di raccontare Milano per analizzare, secondo le sue stesse parole, le dinamiche politiche nazionali rimaste sorprendentemente quasi immutate in questi 150 anni.
Milano infatti è una città simbolo del Risorgimento, animata da una forte volontà di rinnovamento e da sempre fucina di ideali democratici. Esemplare è la sua attenzione al nuovo e al cambiamento. Da qui son partiti movimenti culturali e politici che hanno imposto radicali mutamenti a tutta la società italiana e, viceversa, le metamorfosi del tessuto urbano milanese sono spesso i sintomi di tensioni e cambiamenti che hanno coinvolto l’intera Nazione. Percorrendo le strade della città sarebbe difficile evitare le tracce della Storia, in primis quella dell’Unità del nostro paese. Sul finire dell’Ottocento infatti l’Italia rese omaggio ai quattro Padri della Patria – Mazzini, Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele – senza dimenticare gli eroi locali che avevano partecipato alle lotte, erigendo statue equestri in tantissime piazze della città e dell’intero Paese.
Scegliere un monumento equestre come simbolo dell’intera Mediolanum è quindi una vera e propria dichiarazione di intenti. È segno di una volontà precisa di affrontate delle tematiche che non toccano solo l’urbe meneghina, ma che coinvolgono tutto il Paese. Non solo perchè dopo il 1861 in ogni città sorsero comitati per raccogliere sottoscrizioni pubbliche e finanziare per la realizzazione dei monumenti celebrativi e vennero banditi concorsi di respiro nazionale cui partecipano i più grandi scultori del momento. Ma anche e soprattutto perchè il ruolo di Milano, già sede dell’accademia di Brera fu, insieme a Torino e Roma, nevralgico e pose le basi di tutta la scultura monumentale italiana, sviluppando un vero e proprio linguaggio nazionale, compreso e condiviso nell'intera Penisola. Fondamentale è anche ricordarsi che il monumento equestre, dipinto o scolpito che sia, è un classico dell’iconografia celebrativa italiana sin dal 1300 con l’affresco di Simone Martini conservato nel Palazzo Pubblico di Siena che ritrae Guidoriccio da Fogliano.
Ma tra tutti gli uomini a cavallo che popolano le strade milanesi Pocci ne sceglie uno molto particolare: il cavallo è stanco, sofferente, la spada è rotta, e per quanto egli tenti di rimanere fiero in sella il sentimento che traspare è quello di un individuo smarrito, sbigottito, e – dice l’autore – forse abbattuto per aver combattuto invano in nome di ideali disattesi. Entrambi – continua – sono stanchi forse di veder ripetersi con le medesime modalità quegli episodi di mala gestione della cosa pubblica capaci di rendere vani i sacrifici pagati dal paese per la propria legittimazione. L’artista sfrutta consapevolmente le prerogative proprie del monumento equestre, imponendo però la propria visione: quella di un uomo dell’Ottocento che si ritrova catapultato nell’Italia di oggi e riscopre, esterrefatto, le stesse dinamiche politiche e sociali contro le quali aveva combattuto.
È inoltre possibile riconoscere nell’immagine del Missori cavaliere, presentata sia sotto forma di installazione sculturale che di disegno e pittura, un alter ego dell’artista, che come un moderno Don Chisciotte si aggira per il mondo combattendo contro malefici giganti, che non sono più gli arcaici mulini a vento descritti da Cervantes, ma le moderne architetture di edifici del potere politico, economico e commerciale, manifestazione e simbolo di una collettività ma anche di una realtà “sovrumana” che di questa collettività ha il controllo.
Emblematico in questo senso è il grattacielo Pirelli, sede della Regione Lombardia, simbolo principe dell’autorità governativa, ma anche incarnazione di tutta l’architettura a sviluppo verticale che sin dal Medioevo è manifestazione tangibile del potere politico. Due sono le opere dedicate a questo edificio. L’una si contrappone all’altra, in un gioco di sguardi e rimandi che fan pensare ad un duello all’ultimo sangue tra due cowboy. In Prospettiva Aerea è una Milano vista dalla stanza dei bottoni quella che si offre a noi, niente di più di un modellino particolareggiato, di un giocattolo fragile che potremmo schiacciare con un dito.
Assedio al Pirellone è invece una prospettiva ben più familiare al comune cittadino. L’edificio è infatti visto dal basso, ma stranamente la sua monolitica monumentalità è intaccata, erosa, negata dalla presenza di un semplice platano.
L’albero è presente nell’opera di Riccardo Pocci sin dal 2007 ed è sempre messo in contrapposizione con l’architettura. Questo perchè esso riveste un ruolo allegorico ben preciso. L’albero è infatti manifestazione naturale in un contesto culturale, è personificazione del cittadino costretto ad evolvere entro confini ben precisi. Così come la scultura, esso è simulacro dell’umano, ne prende il posto, lo rimpiazza, ne fa le veci. Raffigurare un individuo, un qualsiasi individuo, significa raccontare una storia che a quell’individuo è propria, e come tale non condivisa e non condivisibile. Ma se la presenza umana può essere simulata, personificata, simboleggiata la sua avventura diventa allora universale. L’albero è un cittadino e, contemporaneamente, li è tutti. In piedi, stagliato contro il Pirelli, lo riporta su una scala misurabile, lo rende intaccabile. Senza clamore, né violenza egli osserva il potere e lo rimette in discussione. Lo ritroviamo severo, elegante, austero, in altre opere come Il Platano Illustre o Eq'Io, erede di quegli ideali mazziniani e garibaldini mai completamente sopiti, e che dimostra in questi assalti pacifici la sua importanza capitale.
Ma se è legittimo leggere una certa dose di ottimismo nei lavori sopracitati non è possibile fare altrettanto per altre impietose opere che compongono il ritratto duro e amareggiato che l’artista propone del nostro Paese.
Ministrazio, Ci È Scappato il Morto, Ivstitia sono immagini sconsolate che raccontano di una macchina amministrativa che funziona contro e non per il cittadino. Un potere cieco e insensibile ai bisogni della collettività, che lavora solo per mantenere uno status quo, e che ha dimostrato negli anni dall’Unità ad oggi – per riprendere nuovamente le parole dell’artista – una totale incapacità etica e professionale. La corruzione, appena celata dalla propaganda ideologica, ha creato dei mostri politici incapaci di favorire una crescita sana della società italiana, alimentando solo interessi particolari e mai la res pubblica.
Un j’accuse non celato che si esplicita in tutta la sua virulenta sincerità in Storia della Colonna Infame, dittico che mette in relazione la torre di Mediaset e il Dito, opera di Maurizio Cattelan installata di fronte al Palazzo della Borsa. Citando apertamente Alessandro Manzoni che, non meno di Mazzini e Garibaldi, si batté, con le armi della cultura, per un’Italia più giusta e libera, Pocci racconta episodi contemporanei di mala giustizia ed impunibilità. Racconta di entità e persone che si ergono al di sopra della legalità, manipolandola e rimaneggiandola senza scrupoli per assecondare i propri fini. E se non si può più parlare di innocenti utilizzati in guisa di capro espiatorio e bruciati sul rogo, si può invece parlare di un Paese intero smontato pezzo per pezzo ed immolato sull’altare di interessi economici particolari.
Sotto l’ombra di questa infame colonna opere come MH o ACNAB assumono un significato ben preciso e certo poco attraente. Lungi dall’essere vedute illustrative delle vie del centro città, esse delineano i tratti delle forze senza nome che si innestano nel tessuto del paese e lo fanno a brandelli. Sono le multinazionali, che uniformano impietosamente tutte le città italiane e non. Sono le banche che reclamano incessantemente ai nostri Paesi il saldo di un fantomatico debito, salvo poi farsi regalare miliardi di euro per evitare il proprio collasso. Sono la corsa al denaro, al bene di lusso che con bustarelle ben grasse mette a tacere anche le coscienze più logorroiche.
Mentre Giuseppe Giacosa, personificazione di un popolo intero, muto e dimenticato nel fondo di un parco cittadino, osserva beffardo e immobile l’involuzione di un intero paese, mentre i giornalisti che possono ancora lavorare sono servi del potere, mentre le forze dell’ordine si lasciano manipolare e agiscono contro un popolo che dovrebbero difendere, mentre i magistrati sono impotenti di fronte a leggi ad personam che non possono ignorare, le uniche voci indipendenti e lucide che si levano a protesta sono quelle di artisti ed intellettuali coraggiosi.
Quando sarà proclamata una nuova riforma dell’università, quando saranno soppressi altri posti da insegnante, quando si vareranno i nuovi tagli ai fondi del ministero della cultura, forse cominceranno a suonare una moltitudine di campanelli d’allarme. Forse non saranno solo gli studenti a far sentire la propria voce, forse qualcuno che avrà visto, capito ed amato MYLAND si unirà al coro e forse l’assedio al Pirellone non saranno più solo gli alberi a tentarlo.
Nel frattempo Pocci, e speriamo tanti come lui, continuerà a produrre cultura. Per resistere, per andare avanti, per non arrendersi, per lottare con armi ancora più affilate delle spade, come fecero Dante, Ariosto, Manzoni, e come umilmente cercano di fare artisti e intellettuali di oggi, nel loro piccolo quotidiano.

E che il loro messaggio possa essere ascoltato da tutti!