review

07/05/2010

VALENTINA GRILLO

TESTO IN CATALOGO

ROMA CELESTE

Roma Celeste. Il senso comune attribuisce al titolo una funzione chiarificatrice, che definisce il contenuto-significato di una opera, o di un progetto artistico. Il Novecento ci ha abituato ai vari “senza titolo” dell’arte astratta, o alla consuetudine simbolico surrealista che preferisce un uso poetico ad uno esplicativo della parola. Nel caso di Riccardo Pocci occorre partire dal titolo per stabilire i confini semantici entro i quali l’artista livornese vuole comprendere la sua personale visione della città: Roma Celeste sovverte il convenzionale rapporto didascalico con l’oggetto rappresentato, restituendo infine la visione in bianco e nero di una città, Roma appunto, che di celeste ha solo il titolo!
Il rimando alla Gerusalemme Celeste descritta nella parte finale dell’Apocalisse di San Giovanni rappresenta il primo accorgimento usato dall’artista per riflettere sulla natura politica e morale della città contemporanea, confrontata con la città ideale del testo biblico: la nuova Gerusalemme è punto di arrivo di tutte le nazioni, è città aperta e ospitale, leggi matematiche ne regolano la costruzione, i popoli affratellati sono immersi nella pienezza luminosa dell’amore divino.
Roma, da sempre luogo privilegiato di contatto con il Regno, appunto, Celeste, è nella sensibilità dell’artista sempre più divisa tra “corone ed aureole”, sempre meno proiettata verso quell’immaginario. I suoi monumenti, le sue piazze, i suoi vicoli disegnano un tessuto connettivo che si oppone al tempo accumulando memoria: un sommarsi, strato su strato, scritta su scritta, di memoria - e il discorso sulla memoria plasma tutta la ricerca di Riccardo Pocci, basta osservare l’intero corpus del suo lavoro.
Nella prima serie delle stazioni, - dove l’artista restituisce sulla carta l’habitat naturale del viaggiatore e in cui protagoniste sono le traiettorie, le migrazioni, i punti nodali, le zone di transito, i punti di convergenza e di intersezione, - Pocci ridefinisce i freddi spazi dell’anonimato in un caleidoscopio cromatico acceso e vibrante che li inghiottisce. Nella produzione più recente, che parte dal progetto Of New York presentato nel 2007, e include il più recente Brush yourself fino all’attuale Roma Celeste, osserva un procedimento inverso e complementare: nella scarnificazione iconica e nella riduzione cromatica, la memoria dell’artista ricostruisce la propria personale idea di città, in cui i concetti di spazio e di luogo, nell’articolazione di interno ed esterno, di pieno e di vuoto, sono investiti di storia, svuotati di umanità eppure umanizzati. Come un testimone, un voyer munito di buon passo e una macchinetta fotografica sulla spalla, l’occhio di Riccardo Pocci fruga nella memoria di un luogo e ruba immagini dal reale, in previsione della successiva elaborazione pittorica. Quest’ultima sarà il risultato finale di un processo deduttivo che ha “montato” in senso cinematografico situazioni e forme della visione in una sequenza necessaria a svelare la relatività e la contingenza dello sguardo. Oltre l’immagine noi ritroviamo, come spettatori, un visibile che si consegna per frammenti, dove collochiamo la stessa condizione del nostro vedere.
C’è un vago senso di smarrimento nella Roma di Riccardo Pocci, nella carrellata di sculture che si stagliano sullo sfondo degli antichi palazzi. Testimoni silenziosi, la compostezza dello sguardo, l’immobilità enigmatica dei gesti li colloca in una dimensione cerimoniale che evidenzia il carattere simbolico e corale attraverso cui commentano, muti, gli eventi della grande e piccola storia collettiva. Una condizione di solitudine che si rovescia nel momento in cui il nostro occhio partecipa dell’immagine e allo stesso tempo è oggetto di quel medesimo sguardo che guardiamo: entriamo dentro la visione dell’artista, testimoni quotidiani di una Roma inquinata dalla trasformazione in metropoli moderna, solcata da profonde discontinuità sociali e culturali, abbandonata al proprio senso di insicurezza, divisa dalle logiche di potere, eppure ancora così bella in bianco e nero. Il sottile gioco dei significati viene riscritto con una buona dose di irriverente ironia: si rincorrono i titoli delle opere – Polo Latitanti, Guardie e ladri, Saluto al Pino, Un popolo di Santi… - a cui corrispondono immagini in cui si palesa la testimonianza viva e mai esaustiva dell’artista, nella pulizia delle forme, nell’armonia dell’ordine compositivo, nella bellezza degli scorci. Riccardo Pocci lascia che il viaggio che lo ha condotto per le strade di Roma divenga il viaggio del quadro, dentro il quadro, dentro la profondità della superficie, delle linee, delle fughe, contro ogni decorativismo mimetico. Il supporto, una carta nera o bianca intelata, è tramite principale di un gioco percettivo che inganna la visione, portando alla luce il fondo stesso: chiara presenza di un’assenza, quella del colore dipinto, espediente da cui sono ricavate, per sottrazione, le sagome degli alberi, i profili delle sculture, le porzioni dei palazzi.
Assenza e sottrazione: gli espedienti formali che l’artista utilizza per riscrivere il reale secondo un procedimento logico e linguistico che riduce la sua complessità in unità minime astratte e discrete, la costruzione di una mimesi che illuda artista e spettatore di poter assoggettare il percepibile attraverso la sua scomposizione e ricostruzione.
Pocci elimina dall’immagine pittorica tutto il superfluo; il colore prima di tutto, tradizionale veicolo per trasmettere passioni e sentimenti, sopravvive in poche creazioni, che nell’insieme marcano il contrasto con le opere che ne sono prive: “Il bianco e nero drammatizza l’odierno, scarnifica l’emozione per sottolineare la struttura ed il significato”, racconta l’artista. Nei Dì Oscuri: Polluce e Castore, permane la speranza “a colori” di una fratellanza irrinunciabile che vive sia nella luce che nelle tenebre.
Elimina ogni inutile orpello, in favore di una visione sintetica che lavora gli elementi della figura in modo autonomo, quasi fossero tanti pixel di un’immagine digitale che si distribuiscono uniformemente sulla tela per ricomporre l’insieme formale.
Elimina la figura umana: città disabitata, o meglio abitata da chi ha solo l’aspetto dell’uomo, non l’essenza. E forse qui si cela, in ultima istanza, la riflessione più profonda dell’artista intorno all’enigma dell’identità nella metropoli moderna: dell’esistenza dell’uomo non c’è traccia, eppure la statua, in quanto identità intermedia tra soggetto e oggetto, incarna una metamorfosi in atto. Il pensiero vola al concetto dechirichiano di vita silente che conferisce alle statue il ruolo solenne di oggetto-ammonitore che invita a meditare sul passato e al contempo insegna per il futuro.
Nella Roma sparita di Riccardo Pocci, dietro l’immobilità architettonica ridotta all’essenziale, si nasconde la dimensione passionale dell’artista, costretta entro la griglia razionale della propria creazione; il senso di attesa, la dimensione del ricordo, la nostalgia, la paura del vuoto e dell’abbandono, affiorano senza una sua precisa volontà, e qui risiede tutto il fascino di un percorso in cui alle partenze corrispondono arrivi imprevedibili.

Valentina Grillo