review

25/03/2009

SABRINA PISCAGLIA

CATALOGO HARDWAR

HARDWAR

“Ho già detto altrove, e qui m'è forza ripetere – l'opera d'arte è creata dal libero movimento della vita interiore che organa le idee e le immagini in una forma armoniosa, di cui tutti gli elementi han corrispondenza tra loro e con l'idea madre che le coordina”.
Luigi Pirandello

“L'umorismo non è rassegnato ma ribelle, rappresenta il trionfo non solo dell'Io, ma anche del principio del piacere, che qui sa affermarsi contro le avversità delle circostanze reali”.
Sigmund Freud

“Se siete seri, siete bloccati. L'umorismo è la via più rapida per invertire questo processo. Se potete ridere di una cosa, potete anche cambiarla”.
Richard Bandler


Cartesio è il padre della modernità, il piano cartesiano lo strumento attraverso il quale l'uomo comprendere il mondo. Basta pensare al sistema dei meridiani e paralleli che altro non è se non una griglia xy applicata al globo terreste che ci permette di misurarlo, mapparlo e rappresentarlo, in una parola, conoscerlo.

Il sistema cartesiano è anche il file rouge che ci fornisce una preziosa chiave di lettura per Hardwar, ultimo progetto del pittore toscano Riccardo Pocci, di gran lunga il più complesso finora realizzato dall'artista. Disegnata (Rude Boy), dipinta (Dlrow, Lo So, Ferie d'Agosto ecc.), fotografata (Praga Windows Quid) e soprattutto utilizzata come supporto alla rappresentazione (pancali), la griglia è onnipresente, ossessiva, immutabile.
Se da una parte essa rappresenta il processo conoscitivo (soggetto centrale nelle ricerche di Pocci) dall'altra essa simbolizza la sovrastruttura socio-economica contemporanea che tutto ingloba e tutto fagocita in un ingranaggio impietoso ed impersonale.
Emblematico in questo senso è Rude Boy, esplicito omaggio alla musica e alla cultura giamaicana. Nato da una precisa volontà di ribellione, il reggae denuncia le perversioni del mondo occidentale, che sono in netta contrapposizione coi valori del Rastafar-I, corrente religiosa che del reggae fa il suo principale strumento di espressione. Scoperta in occidente da Clement Coxsone Dodd nei primi anni settanta, la musica giamaicana diventa poco a poco un fenomeno di massa ed un prodotto di consumo, vedendo così i propri valori rivoluzionari inglobati e digeriti dallo stesso sistema che essa criticava così aspramente. Questa perversione di intenti è simbolizzata con semplicità ed efficacia dal retino millimetrato che Pocci “applica” sulla superficie del suo quadro e che è assente nella copertina del disco che lo ha ispirato.
Le viti, utilizzate qui al posto della pittura nera, sono rigorosamente in rilievo, emblema questo della lotta dell'artista (e dell'uomo più in generale) per sottrarsi all'appiattimento morale ed estetico proprio alla globalizzazione. Materiale grezzo, rude appunto, il metallo si stacca ostinatamente dal fondo, elevandosi strenuamente verso la terza dimensione, rifiutando di appiattirsi sotto il peso della bidimensionalità.
In questo senso Rude Boy esplicita una tematica già fortemente presente nell'opera di Pocci, sempre sospesa tra la bidimensionalità della rappresentazione pittorica e la tridimensionalità del supporto. I pancali in particolare, ma anche gouaches e carte, sono veri e propri oggetti sculturali.
E non a caso la scultura fa qui la sua comparsa come oggetto dell'indagine pittorica. Trattata con un rigoroso bianco e nero, appiattita, stirata, schiacciata dal rullo compressore della rappresentazione, essa è ridotta a motivo iconografico, ricordo sfocato dell'uomo e della storia. Anch'essa è inglobata in nome della tanto sobillata necessità di chiarezza dalla macchina della comunicazione che semplifica fino all'uniformità la complessità del mondo.
Il pittore sembra assumere così il ruolo del carnefice, ma nell'opera di Pocci le cose non sono mai quel che sembrano e la semplicità è solo apparente.
La Chiave Argentina, quadro che apre il percorso della mostra, è un'opera del 2001, anno in cui Riccardo è costretto a lasciare l'Argentina dopo due anni di soggiorno, a causa del collasso economico del Paese. Quest'evento lo segna indelebilmente ed impone al suo lavoro una svolta estetica e concettuale. La figura umana fino a quel momento soggetto centrale della rappresentazione è surclassata dall'architettura, che in quest'opera si contrappone drammaticamente alle figure in bianco e nero, oggetti immobili ed a malapena reali. L'uomo non è più il fautore del proprio destino, egli è ormai la vittima di una realtà più grande di lui, un Leviatano mostruoso ed incontrollabile che ragiona in termini di cifre astratte e statistiche impietose.
Non deve quindi sorprendere che la seconda opera del percorso espositivo sia Rude Boy (del cui valore simbolico si e già parlato in precedenza) che concettualmente sviluppa il discorso abbozzato ne La Chiave Argentina, introducendo però differenze estetiche e filosofiche fondamentali. Innanzi tutto il simbolo della rivolta individuale e collettiva, del tutto assente, se non impensabile, nel quadro precedente: Pocci assiste alla crisi argentina come spettatore impotente e come spettatore impotente ne racconta gli effetti.
Ma Rude Boy segna soprattutto un abbandono totale della drammaticità, rimpiazzata da una leggerezza gioiosa nel trattamento dell'immagine. Ne La Chiave Argentina la tensione è palpabile, il senso d'ineluttabilità soffocante, non c'è lotta possibile, la speranza è bandita. In Rude Boy, al contrario, la situazione sembra capovolgersi, l'uomo sebbene ancora trattato in bianco e nero, evade dalla propria prigione geometrica, ingaggiando una battaglia che prima era inimmaginabile.
Cos'ha determinato questo scarto capitale? L'introduzione del gioco, dell'umorismo, del principio di piacere come elemento rivoluzionario.
Pocci osserva il mondo, ne preleva alcuni brandelli, li analizza per poi restituirne una personale visione, paradossale e divertita. I colori primari, innanzi tutto, prelevati di peso dal linguaggio grafico. Il bianco e nero, preso in prestito dal fumetto e dall'illustrazione. L'imitazione consapevole della fotografia, applicata e contraddetta ad ogni pennellata. E l'invenzione tecnica, continua, sorprendente, audace che si avvale di strumenti classici come la gouache, associati sfacciatamente a materiali improbabili (i pancali, l'asfalto, le viti ecc.). Questi sono gli strumenti irriverenti che permettono a Pocci di orchestrare la propria ribellione.
In Hardwar questo processo è evidente. Dopo La Chiave Argentina e Rude Boy, il percorso prosegue infatti attraverso una teoria di palazzi ed insegne, altrettante “cartoline” collezionate in diverse città del mondo. Ogni immagine è semplificata ai minimi termine ed è raccontata attraverso le tecniche le più disparate. Pocci ha persino la sfrontatezza di passare dai colori sgargianti al bianco e nero, senza soluzione di continuità. L'importante per lui è che lo spettatore si diverta e che piano piano, inconsciamente, acquisisca la consapevolezza di trovarsi di fronte ad una rappresentazione del mondo personale, parziale e sempre contraddicibile.
Non è un caso che la mostra si concluda su Maremagnum, opera monumentale, nella quale è possibile ritrovare gli elementi cardine di questo progetto. Il simulacro dell'essere umano, personificato dalla scultura, il simulacro del potere, identificabile con uno dei tanti palazzi governativi che affollano Barcellona, la semplificazione dell'immagine ai suoi minimi termini e, ovviamente, la griglia, quella dei pancali.
Ma è una griglia questa che si smaschera da sola, si svela e tradisce attraverso l'unico elemento non dipinto che interrompe l'uniformità della visione. Esso funziona come un segnale d'allarme, un semaforo lampeggiante che ci costringe a non riposare l'occhio sulla superficie dell'immagine. Siamo spinti ad andare oltre l'apparenza, oltre la scorza della rappresentazione per arrivare a mettere in dubbio la realtà che ci viene offerta. Scopriamo così che dietro ogni informazione visiva (o informazione tout court) c'è sempre una mente pensante che segue il proprio progetto, la propria intenzione per fabbricare ad hoc una della tante possibili realtà.
E Pocci sceglie, per ognuna delle città, di accentuare di volta in volta l'aspetto istituzionale, commerciale o propagandistico, denunciando attraverso la parodia. Tutta Parigi è raccontata in Soldissimes, metonimia pungente di una città votata al commercio sfrenato. New York e la sua Storia sono riunite in quel Dlrow, immagine di ciò che resta del World Trade Center: una scritta all'incontrario. E poi c'è Roma, coi suoi colori sgargianti e la sua luce mediterranea. Ma anche con la sue scritte, le sue statue e i suoi edifici figli del Ventennio. Immagini manipolate oggi dalle pubblicità di banche e macchine che ci raccontano con nostalgia e rimpianto di quei fasti passati che in realtà non sono mai esistiti.
Ma qui non c'è propaganda, né compiacimento alcuno, c'è però tutta la potenza sovversiva di un sorriso e di un gioco festivo, votati a farci scoprire cosa si nasconde sotto l'aspetto innocuo delle immagini.