review

09/01/2008

VALENTINA GRILLO

TESTO IN CATALOGO

OF NEW YORK

“Of New York” è un progetto unitario, un'entità estetica pienamente coerente. Catturare l’immagine di New York, restituirle quel carattere inconsueto che in fondo le appartiene assumendo un nuovo punto di vista, un occhio esterno, pronto a cambiare a contatto con la città e a raccontarla in modo che ognuno di noi, in fondo, riesca a riconoscersi in essa; questa la sfida dell’artista, una sfida vinta senza ombra di dubbio. E quel che conosco di New York lo devo a film come“Taxi driver” di Scorzese, alle inquadrature frenetiche in Manhattan di Woody Allen. Un film di cui già si conosce il finale? Di fatto le rappresentazioni cinematografiche, le pubblicità, i libri hanno costruito un immaginario di New York che finisce col sovrapporsi alla realtà e liberarsene si rivela difficile. Riccardo Pocci ci riesce adottando la prospettiva del nomade che ritrova la sua casa, alle prese con una città nella quale la paura del cambiamento viene in certo qual modo annullata dalla necessità di ordinare i propri i punti di riferimento.
Dopo aver fissato sulla tela gli spazi dell'anonimato con la serie delle “Stazioni”: habitat naturale del viaggiatore, del passante e dello straniero dove protagonisti assoluti sono le traiettorie, le migrazioni, i punti nodali, le zone di transito,i punti di convergenza e di intersezione, ora l'artista rivolge il suo sguardo verso l'idea di dimora, contemplando i luoghi ricostruiti dalla memoria e offrendone l'intimo e sognante sguardo in tele come “Lymphatic”, “You can't!It's a private property”, “English Rot”, di fronte alle quali lo spettatore ha la sensazione di assistere a qualcosa di noto, di già vissuto.
Questi lavori ritraggono porzioni di città in cui i concetti di spazio, di luogo, nell’articolazione di interno ed esterno, di pieno e vuoto, sono investiti di storia, svuotati di umanità eppure umanizzati, riconducibili ad un sentire comune. L'artista ruba immagini dal reale attraverso l'azione fotografica, un frugare nella memoria di un luogo, che di per sé è già atto selettivo in previsione della successiva elaborazione pittorica. La riscrittura dello spazio, sottrae porzioni di immagine al fine di estendere la percezione dello sguardo, che si perde nei particolari restituiti con rigorosa precisione. Riccardo Pocci lascia che il viaggio che lo ha condotto per le strade di New York divenga il viaggio del quadro, dentro il quadro, dentro la profondità della superficie, dentro l'intensità cromatica, delle linee, delle fughe, contro ogni decorativismo mimetico. La forma creata si sostituisce alla forma “trovata” dalla vita. Il supporto, una carta nera intelata, è soggetto principale di un gioco percettivo che inganna la visione, che porta alla luce il fondo stesso, chiara presenza di un'assenza, quella del colore dipinto, espediente da cui sono ricavate, per sottrazione, le sagome degli alberi in dialogo con gli edifici. Che una logica interna alla pittura prevalga sul referente reale, appare con maggior forza là dove i supporti poveri, bancali e pallet di cantiere, con la loro tangibile tridimensionalità, dialogano con la concretezza immaginaria del soggetto pittorico. “Voi siete qui”, planisfero riconducibile alla scultura in ferro situata davanti all'ingresso del Central Park, in cui la rappresentazione delle terre emerse è affidata al supporto ligneo, lasciato a vista, stabilisce con un cerchio rosso la nostra collocazione all'interno della geografia mondiale; rovesciando il nostro abituale punto di osservazione, l'artista ci consegna un'immagine dove la preminenza dei continenti africano e asiatico fa eclissare il mondo “occidentale”. Nelle opere “Rock Lamps”, “WTC, Suite 3”, “CMYK” il gioco tra riferimento reale e finzione pittorica diventa il vero protagonista. L'occhio umano si addentra come una sonda in ogni particolare dipinto con perfezione e lucidità quasi maniacali: frammenti metropolitani, frazioni di palazzi vengono scomposti e ricostruiti in un reticolo dove ogni elemento è un segno distintivo trattato autonomamente; è quanto si percepisce dalla teoria di finestre in “Rock Lamps”, piccole superfici colorate che si distribuiscono uniformemente sulla tela, correlate all'immagine complessiva del palazzo che ne deriva quasi fossero i tanti pixel di un'immagine digitale.
La pittura di Riccardo Pocci si pone in bilico fra due operazioni opposte e complementari: la scrittura del reale secondo un procedimento logico e linguistico che riduce la sua complessità in unità minime astratte e discrete, la costruzione di una mimesi che illuda lo spettatore e anche l'artista di poter assoggettare il percepibile attraverso la sua scomposizione e ricostruzione.