review

09/01/2008

SABRINA PISCAGLIA

TESTO IN CATALOGO

ERRANZA E MEMORIA

All’inizio era il verbo. Solo dopo arrivò la luce e con questa il mondo e con questa la conoscenza.
Ed è attraverso la luce che Riccardo Pocci ci racconta, nelle sue opere, di conoscenza. Noi, per seguirne i passi, torneremo al verbo.

“Of New York” è una narrazione per immagini in 15 “tavole”, 15 “capitoli” a comporre una storia tanto unitaria quanto sorprendente.
Ispirata ad uno dei numerosi viaggi dell’artista, l’eterogenea monografia newyorchese, si presenta come una semplice passeggiata architettonica, una teoria di edifici dipinti e fotografati.
La rappresentazione è innegabilmente realista, per consentire un facile accesso all’opera. Quello figurativo è infatti per Riccardo un luogo di incontro con lo spettatore, un appiglio, un terreno franco a lui funzionale. Questo mimetismo seduce chi guarda per sorprenderlo poi con un ribaltamento dei ruoli sbalorditivo. In queste opere infatti non è la tela a fornire la base, l’appoggio, il sostegno, al racconto pittorico, bensì l’immagine stessa. E mentre l’immagine si fa supporto, la pittura diviene soggetto ultimo della narrazione.
Ma non affrettiamoci e cerchiamo di capire il senso primario di questo paradossale ribaltamento ritornando sui nostri passi per rivolgere lo sguardo al gesto che per Pocci è precursore e premonitore, della pittura: la fotografia.
Errando per le strade di una città (New York, ma potrebbe essere Roma come Giacarta), la testa per aria come un qualsiasi turista, Pocci seleziona la realtà, prelevandone i frammenti per lui più significativi. Il suo atteggiamento non differisce da quello di un qualsiasi viaggiatore che, perlustrando terre sconosciute, colleziona inquadrature di quel mondo. E’ l’intenzione all’origine dell’atto a differenziarlo nettamente da quello di un comune viaggiatore e a caricarlo di un significato altro.
L’intenzione è pittorica: Pocci fotografa per dipingere, e dipinge fotografando. Queste azioni sono per lui inscindibili, si implicano reciprocamente e necessariamente. Proprio per questo l’artista applica una radicale censura nella scelta dei soggetti, una discriminazione verso tutto ciò che è graficamente insignificante. Ma quest’azione combinata cela anche la volontà di tradurre un processo fisiologico e scientifico ben preciso.
Influenzato dai suoi studi dottorali sulla psicologia della percezione, scienza che esamina i processi mediante i quali le informazioni vengono acquisite, elaborate, archiviate e riutilizzate, Pocci focalizza la sua attenzione sul processo della visione, lo riproduce per tentare di svelarne i meccanismi.
Il cervello compie infatti una costante selezione degli impulsi sensoriali, automaticamente li ordina e sistematicamente ne ignora la gran parte. Ugualmente anche l’occhio, sorgente dalla quale il cervello attinge le informazioni da processare, è progettato per selezionare: la retina può infatti mettere a fuoco solo piccolissime porzioni di una immagine. Il cervello ricostruisce poi un quadro generale, una mappa, una riproduzione, una rappresentazione… Una immagine mentale appunto.
Pocci imita questo processo, lo trascrive in chiave pittorica. L’obiettivo si sostituisce alla retina prelevando porzioni, brandelli di informazioni visive che rispondono a parametri estetici ben precisi. Trasparenze, riflessi, rifrazioni sono una presenza costante nelle sue opere, così come gli elementi compositivi e grafici molto netti. Per questo l’architettura, quella di Manhattan in questa serie, quella di alcune stazioni ottocentesche nella precedente, è assoluta protagonista.
Il processo di elaborazione compiuto dal cervello è invece simulato attraverso l’atto stesso del dipingere. Cominciando con il selezionare le fotografie che verranno poi tradotte in pittura, Pocci processa i dati precedentemente acquisiti in un meccanismo non dissimile da quello della memoria. Le immagini vengono riscritte, ricreate attraverso uno specifico vocabolario pittorico. Pur mantenendo la loro attinenza con l’oggetto raffigurato le immagini sono convertite, tradotte non in impulsi elettrici, come fisiologicamente avverrebbe, ma in masse di luci, ombre e colori che si iscrivono su uno sfondo. Questi quattro elementi sono poi declinati all’infinito, con creatività e maestria.
Pocci è inoltre uno sperimentatore instancabile, sempre alla ricerca di nuovi materiali e nuove tecniche. Continua è, per esempio, l’investigazione sui supporti. Egli non si accontenta solo di normali tele, ma cerca costantemente materiali atipici. Nella serie “Of New York”, tra i vari tipi di carta di cui fa largo uso, spicca una particolarissima carta nera tirata su tela e montata su telaio. Anche il legno è un supporto molto amato da quest’artista, ma è sempre legno non destinato alla pittura, come quello di vecchie assi recuperate da un cantiere, o quello di bancali in disuso successivamente levigati e dipinti. Il supporto è poi utilizzato come fosse un colore. Visibile anche dopo che l’opera è ultimata, esso diviene parte integrante della raffigurazione.
Il lavoro compiuto sui pigmenti è forse meno evidente, ma non meno metodico. Per dipingere un cielo riflesso dai vetri di un palazzo, Pocci può arrivare ad usare diverse decine di sfumature d’azzurro. Per il palazzo stesso avremo altrettante declinazioni di grigi. Nulla è lasciato al caso e l’artista non esita, per raggiungere il suo obiettivo, a sperimentare nuove tecniche pittoriche. L’asfalto diluito con smalti o mescolato a cementite è solo uno degli esperimenti intrapresi e sistematicamente protratti fino al raggiungimento dell’assoluta padronanza del mezzo tecnico.
Ma questa ossessione per la perfezione tecnica, questa costante volontà di innovazione, questa appetito insaziabile per la sperimentazione non è fine a se stesso. Se è vero che siamo ancora e sempre nella simulazione dei processi conoscitivi umani allora è vero che l’elaborazione che il cervello fa delle informazioni è schematica, certo, ma implica in sé infinite varianti. Le emozioni, i sentimenti, le circostanze, lo stato psicofisico, le conoscenze preacquisite, tutto influenzerà il lavoro del cervello cambiandone infinite volte il risultato finale. E il ricordo, il richiamo alla coscienza di una determinata immagine mentale, lo cambierà ancora, in una trasformazione costante e inevitabile del dato iniziale.
Ecco allora che la pittura “conoscitiva” di Pocci ha bisogno di reinventarsi quotidianamente, fornire il più alto numero possibile di varianti e sfumature. Essa si fa strumento di conoscenza, di appropriazione del mondo e, al tempo stesso, soggetto di narrazione. Simulacro dell’azione gnoseologica del cervello, essa evolve perennemente, svelandoci così i meccanismi sottesi alla creazione della memoria e dell’esperienza. L’arte di Riccardo Pocci è movimento perpetuo, come movimento perpetuo è la costruzione dell’identità. Sospesa tra scoperta e ricordo, tra perdita e ritrovamento, decostruzione e costruzione, l’opera di quest’artista si nutre di un continuum di andate e ritorni tra mondo esteriore e interiore. Ma anche tra osservazione e creazione, tra fotografia e pittura, tra superficie e supporto. E’ un viaggio attraverso la conoscenza e la memoria. E’ un percorso iniziatico di comprensione e costruzione di sé.