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16/04/2018

GLI ANACRONISMI DI RICCARDO POCCI


GLI ANACRONISMI DI RICCARDO POCCI

Nel corso della nostra esistenza introiettiamo e mettiamo in pratica, inconsapevolmente, una serie di automatismi che veicolano la nostra esperienza del mondo. Se da un lato l automatismo e un dispositivo necessario che ci permette di non eseguire costantemente le stesse operazioni intellettuali – ha una funzione in qualche modo evolutiva – dall’altro ciò che è assunto in modo automatico è tale in quanto è accettato al di fuori della riflessione.
Gli Anacronismi lavorano in senso contrario: il fruitore dell’opera deve riappropriarsi della propria capacità di riflettere su ciò che lo circonda. L’arte di Riccardo Pocci è, per dirla con Viktor Šklovskij, artificio, procedimento: è un modo per imporre all’osservatore uno sguardo attento e attivo, è la messa in discussione di qualsiasi atteggiamento mimetico nei confronti della realtà , è straniamento.

Negli Anacronismi di Pocci l’osservatore è costretto a riempire i vuoti, a ricomporre ciò che è scomposto, a tenere insieme in un unico atto percettivo ciò che si è soliti pensare distante e separato, e questo lavoro di ricostruzione è riappropriazione della realtà e della propria facoltà interpretativa, della propria libera capacità di leggere il mondo.

Piombino, il luogo che l’artista ha deciso di ricostruire, si presenta nella sua opera come una realtà complessa: non un mera città industriale, né un ambiente naturale incontaminato. È il risultato di una vicenda complessa in cui storia e natura si intrecciano, in cui il metabolismo fra uomo e ambiente non è semplice giustapposizione ma costruzione di una identità nuova i cui momenti originari non sono più rinvenibili né di nuovo scindibili. Piombino, nelle opere di Pocci, è sia i pini di Baratti piegati dal vento che lo scheletro superstite dell’altoforno: mai una sola di queste due possibilità .
La contiguità spaziale di industria e natura ci costringe a mettere in discussione la successione temporale a cui siamo soliti cedere, in base alla quale ad un passato industriale segue l’alta tecnologia, al lavoro manuale quello intellettuale, ai fumi inquinanti una natura riconquistata. Da Piombino lo sguardo si allarga e quello che appariva passato e decaduto diventa condizione di possibilità del presente, non al modo della successione, in base al quale il passato è sempre passato di un presente, ma al modo della compresenza, per cui passato e presente si tengono nella stessa dimensione temporale divenendo l’uno condizione di esistenza dell’altro: la distruzione della natura e lo sfruttamento del lavoro in una parte di mondo come condizione di possibilità di un riacquistato idillio con la natura e del lavoro intellettuale nell’altra.
In un’epoca in cui l’industria, nel discorso dominante, appare un passato superato che ha senso solo in un orizzonte archeologico, Pocci mette in scena l’anacronismo dell’altoforno che si staglia sulla costa e, attraverso questo, ci costringe a disinnescare gli schemi abituali e a ripensare il presente nella sua complessità .

L’area semantica a cui gli Anacronismi appartengono è proprio quella della costrizione: questa è la cifra interpretativa che ci accompagna attraverso le opere. Gli Anacronismi di Pocci ci costringono: lo fanno con materiali, tecniche e accostamenti tematici che rifiutano ogni immediatezza e ogni retrocessione al senso comune.